Città-Stato e città senza Stato: che cosa accade se a parlare di comunità restano solo i liberisti? (24/03/2019)


Ogni società senza Stato, cacciata oltre lo specchio della civiltà e della storia, insegnava l’antropologo Pierre Clastres, è una società in perenne lotta contro lo Stato. Preme dall’altra parte dello specchio, per sfondare. L’etnografia ha registrato casi, esempi, eccezioni e regole. Ha monitorato l’esistenza di società possibili in assenza di Stato. Ma sarà il futuro a riservarci sorprese.

Gli info-States e città volontarie

Da un lato, Parag Khanna ha descritto le virtù post-democratiche di aggregati di potenza tecnocratica che ha chiamato info-States: comunità che dello Stato hanno ben poco, ma paiono modellate sull’ideale della Repubblica platonica. Innervata, ecco il punto, in un tessuto di connettività. Flussi che si stabilizzano in luoghi, élites formate da aristocrazie intellettuali, democrazie autoritarie o confuciane. La capacità degli info-States di «concentrare e controllare i flussi di denaro, beni, risorse, tecnologia, informazione e talento conferisce loro un’enorme forza gravitazionale». [1] Un caso da manuale: Singapore.

Dall’altro, emergono sempre più progetti di città e nazioni volontarie. Il contratto tiene il luogo del patto. Si tratta di costruire luoghi terzi, non solo di socializzare o “privatizzare” gli esistenti. Pensiamo al movimento Seasteading, che punta a istituire comunità autonome su piattaforme proprietarie, stabili e sovrane, in mare aperto.

Ben Murnane, non a torto, ha ricondotto quest’idea alla scrittrice Ayn Rand [2] e all’ influentissimo ciclo filosofico-narrativo della Rivolta di Atlante (Atlas Shrugged, 1957).

Si tratta di una visione politica e antropologica complessiva che si condensa in utopie contrattualistiche. Ayn Rand la descrive così: «Il sistema politico che costruiremo è riassunto in un’unica premessa morale: nessun uomo potrà ottenere qualcosa da altri per mezzo della forza fisica […] nessun diritto potrà esistere senza il diritto di convertire i diritti di qualcuno in realtà – ovvero quello di pensare, di lavorare e di conservarne i risultati – ciò significa: diritto alla proprietà».[3]

Le nazioni galleggianti

Nel suo ultimo libro, Seasteading. How Floating Nations Will Restore the Environment, Enrich the Poor, Cure the Sick, and Liberate Humanity from Politicians (Free Press, Londra etc., 2017), Joe Quirk espone le linee utopiche di questo progetto: le floating nations potranno, nell’ordine, «ripristinare l’ambiente, arricchire i poveri, curerare i malati e liberare l’umanità dai politici».[4]

Michel Foucault, prendendo spunto dal solito Borges, chiamò questi spazi eterotopie, anche se il modello sembra quello delle reducciones gesuite.

Start-up societies

Thiel individua tre frontiere tecnologiche da varcare: cyberspace, outer space e, appunto, seasteding. La possibilità di insediare città sovrane e nazioni flottanti sugli oceani, per il fondatore di PayPal e Palantir – ricordiamo che fu allievo a Stanford di René Girard – coinvolge una tecnologia più sperimentale di quella di internet e più realistica di quella dei viaggi di colonizzazione spaziale.

«Le migliori società che prosperano nel 2050», spiega Joe Quirk, «non aderiranno alle ideologie di oggi». Una rete, in tal senso, è già all’opera: è lo Startup societies movement.

Terra e cielo: il ritorno delle città private

Oltre al mare, la terra. Prendiamo Titus Gebel di Free Private Cities Inc., partner di NeWAY Capital. Gebel è un imprenditore tedesco con un dottorato in diritto internazionale. Ha fondato la società mineraria quotata a Francoforte, Deutsche Rohstoff AG. Poi si è dedicato alle città private. Con Free Private Cities vuole «costruire qualcosa di nuovo, una forma inedita di cooperazione volontaria».

In Free Private Cities: Making Governments Compete For You, uscito ad agosto in traduzione inglese per Aquila Urbis, Gebel ipotizza una società dove i servizi pubblici siano assicurati da un’azienda privata, un «fornitore di servizi governativi», ma in assenza di Stato e, soprattutto, di governo. Questo servizio, spiega, include la sicurezza interna ed esterna, un quadro legale e normativo e una risoluzione indipendente delle controversie.

Paghi una tariffa stabilita contrattualmente per questi servizi all’anno. «Il fornitore di servizi governativi, in quanto operatore della comunità, non può modificare unilateralmente questo contratto dei cittadini».

Al patto, si sostituisce un contratto, la convivenza «è vista come un mercato».

Il caos politico sociale e la geopolitica dell’incertezza aprono, in questa prospettiva, la possibilità concreta di rifondare la dimensione comunitaria in spazi tecno-autonomi e in chiave ideale liberatarian e anarco-capitalista. Piace? Non piace? Non è questo il dilemma.

Resta però la domanda di fondo: il vecchio ideale libertarian delle zone di massima libertà individuale, prive di tassazione non volontaria e di Stato, spinto alle estreme conseguenze può avere un senso complessivo in sistemi al collasso sociale? Qualcosa si muove. Nuovo o meno che sia, non è indice di saggezza rimanere fermi. Conviene interrogarsi a fondo, sul ritorno (forse utopico) delle città private, senza fermarsi alle apparenze e alle idiosincrasie ideologiche.

Note

[1] Parag Khanna, La rinascita delle città-stato, trad. di Francesco Motta, Fazi, Roma, 2017.

[2] Ben Murnane, Ayn Rand and the Posthuman. The Mind-Made future, Palgrave Macmillan, Londra, 2018.

[3] Ayn Rand, La rivolta di Atlante. trad. di Laura Grimaldi, Garzanti, Milano, 1958.

[4] Joe Quirk e Patri Friedman, Seasteading. How Floating Nations Will Restore the Environment, Enrich the Poor, Cure the Sick, and Liberate Humanity from Politicians, Free Press, Londra etc., 2017.

[5] Peter Thiel, “The education of a liberarian”, Cato Unbound. A journal of debate, 13 aprile 2009.


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